Avanguardie Futuro Oscuro – eAvatar

scansione0001Inauguriamo questa semplice ma indispensabile sezione dedicata alla recensione di libri. La scelta di questi ultimi potrà sembrare casuale, e forse un po’ lo è. Non troverete delle vere e proprie critiche letterarie (farne non rientra né nelle nostre competenze né nei nostri fini), ma piuttosto delle osservazioni nate in seno alla lettura e che possano rivelarsi complementari al percorso della Dialettica. A fronte di ciò non stupitevi se tratteremo materiale editoriale appartenente differente per profondità, data di pubblicazione e genere.

Passiamo subito alla prima recensione. Si tratta di Avanguardie Futuro Oscuro della collana eAvatar della casa editrice Kipple Officina Libraia. Il modico prezzo per l’acquisto dell’ebook è di 1 euro e 99 centesimi. È un po’ di tempo che seguo questa realtà editoriale che ha coniugato il contenuto fantascientifico con lo strumento dell’ebook come principale veicolo di commercializzazione. Sono capitato nel loro portale web mentre cercavo di farmi un’idea sul panorama fantascientifico italiano. È subito evidente che Kipple sia portata avanti da persone che considerano la fantascienza non solo come un genere letterario, ma come uno strumento attraverso il quale poter fare interagire etica, storia, politica e scienza. Mi piace perché hanno un’idea da portare avanti che traspare dalla scelta delle pubblicazioni e dall’azzeccata divisione in collane. Non tutto ciò che viene pubblicato è di livello eccellente, anche perché viene lasciato molto spazio ai giovani autori. I prezzi in ogni caso sono talmente irrisori che se si dovesse trovare qualche libro non in linea con i propri gusti, non ci si fa una colpa a lasciarlo non letto.

Ma torniamo alla recesensione. Avanguardie Futuro Oscuro è prima di tutto un manifesto. È l’espressione italiana e  collettanea, datata 2009 (anche se l’edizione a cui faccio riferimento è del gennaio 2014), di quel movimento che è il Connettivismo, ovvero uno sforzo immaginifico che va oltre la letteratura e che pone delle questioni reali legate alle bioetica, all’antropologia e alla definizione ultima di Uomo che possa sopravvivere al di là delle contingenze storiche e spaziali. Attraverso quindici racconti profondamente diversi tra loro per trama e stile, ci verranno presentati dei possibili domani nei quali l’umano e il disumano si confondono e dove, sovvertite le sensibilità etiche del senso comune, perderemo quei punti di riferimento che ci permettono di muoverci nel mondo secondo parametri, tutt’altro che scontati, di giusto/ingiusto. Sembra che il messaggio di Avanguardie sia che un’avanguardia, almeno da un punto di vista relativo, noi lo siamo già.

La fantascienza è un genere letterario molto particolare. Molto spesso non è altro che il pensare in prospettiva, il programmare sul lungo periodo. Disegnare gli sforzi di generazioni di uomini seguendo un punto di fuga ideale. Ecco, io la chiamo teoria politica, nel senso più alto.

Non tutti i contributi di Avanguardie Futuro Oscuro mi hanno particolarmente colpito. Era nell’intenzione del curatore (Sandro “Zoon” Battisti) accostare penne che si esprimessero in modi diversi, e se da una parte ciò ha reso più marcato il contrasto stilistico, dall’altra ciò ha fatto anche risaltare le indubbie differenze qualitative tra i diversi autori. Poco male. La lettura è piacevole e il risultato ricercato è stato senza dubbio conseguito. Consigliato per una lettura tra il rilassato e l’impegnato: alcuni racconti potrebbero richiedere di essere riletti un paio di volte per essere pienamente apprezzati, ma ne vale la pena.

Politica senza profondità

profondità

Chi mette mano alla penna e scrive di politica lo fa solitamente post res perditas. Nel mio piccolo non faccio eccezione. Tutto è già stato detto di quello che riporto di seguito, ma è stato anche abbondantemente dimenticato: forse per scelta; forse per umani limiti; forse perché beati sono gli smemorati, come diceva quel pensatore. Per quanto banale, questo è quello che, in breve, ho da dire.

Avere un’idea politica non vuol dire avere risposte precise a domande mirate. Ad una domanda alla quale si può rispondere “sì” o “no”, anche un idiota può, con l’aiuto del fato, operare la scelta giusta: ciò non lo rende comunque un buon politico. Ma come può definirsi una scelta “giusta” se non in base al fine alla cui realizzazione quella scelta dovrebbe contribuire? Senza un’idea che vada al di là della scelta imminente, non può darsi quindi alcun atto propriamente politico.

Quell’idea alla quale tendere può declinarsi secondo sensibilità diverse. Alla domanda “cos’è giusto” uno potrebbe rispondere che “è dare a tutti ugualmente”, un altro che “è dare a tutti secondo un merito” e definire quest’ultimo di conseguenza. Non c’è una giustizia nell’idea di giusto. Ogni idea che riguardi un principio ha la stessa dignità delle altre.

Poi c’è il metodo. Come arrivare a realizzare l’idea. C’è chi vorrebbe che i mezzi siano tutti concessi in vista dei fini, chi no. Ad ognuno il suo.

Quando l’idea è strutturata, ovvero è una struttura di idee, diventa come una macchina programmata per compiere operazioni in un determinato modo. Ad ogni domanda sottoposta essa risponderà coerentemente ai propri parametri. La politica è in quei parametri: non è dare risposte hic et nunc, qui ed ora, ma offrire un modus operandi non logorabile dal tempo, sempre valido.

Può accadere che un conservatore possa condividere molte soluzioni di un riformista e viceversa, senza che per questo uno dei due abbia operato una scelta incoerente. Alcuni passaggi possono essere comuni anche per chi vuole giungere a conclusioni diverse. E a quelle conclusioni ci si può arrivare per strade diverse. Si può volere il socialismo e volere al tempo stesso la fine dell’Europa e la Nazione Europea. Ogni scelta perde di senso se resta disconnessa da tutte le altre. E l’unica cosa che dà senso ad un sistema di scelte è l’idea.

Fare un collage di cliché diversi non è costruire un’idea. Non si parte dal basso per fare politica. Non si può dedurre dallo stato di cose cosa sia giusto e cosa non lo sia. La politica nasce da dentro e si esplica nelle cose. Un uomo di un certo cinismo può essere convinto che ognuno ha ciò che si merita. Un altro con una certa sensibilità può spezzare il pane con chi ha meno di lui. E l’ultimo, forse a metà strada tra i primi due, può essere lacerato talmente tanto dalle contraddizioni della realtà da essere disposto a fare cose disumane pur di imporre un sistema più umano. Non è pensando che ognuno abbia ciò che si merita o spezzando il pane o essendo disposto a fare cose disumane per l’umanità che si può risalire alle diverse sensibilità, ai motivi che sono il combustibile delle idee. È da queste invece che derivano i fatti.

La nostra politica oggi viaggia al contrario, in costante controsenso. Su piccole risposte a fatti concreti si innalzano fragili ideologie e superficiali convergenze estetiche. Sì/No Euro, Sì/No Tav, Sì/No Guerra, Sì/No Nucleare, Sì/No Beni Comuni. Viviamo in uno spazio politico refendumrializzato, nel quale la visione manichea non lascia spazio alla spiegazione. Io potrei essere d’accordo sul Sì e sul No allo stesso tempo senza per questo dovermi piegare di fronte al principio di non-contraddizione. Perché ragionare politicamente è ragionare secondo la formula “Sì/No, se…“, ovvero secondo motivazioni.

Posso essere contro l’immigrazione perché xenofobo o perché ritengo sia il metodo con cui si protrae lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo su scala globale. Posso essere a favore dell’investimento nel settore bellico perché ultranazionalista o perché lo ritengo l’unico strumento per conservare quell’autonomia che consente di prendere decisioni difficili e invise a potenze (magari loro sì veramente ultranazionaliste) che cercano di imporre la propria egemonia culturale e politica.

Non è un caso che nel nostro panorama politico tutte le forze in campo abbiano recuperato il concetto di programma nel senso di documento programmatico, nei termini di elenco di risposte particolari ad esigenze concrete, e non nel senso di programma politico come quell’insieme di valori e modalità di ragionamento propri di un gruppo. Potrebbero esistere due partiti con lo stesso documento programmatico e programmi politici differenti. Possono anche esistere partiti con programmi politici identici e documenti programmatici differenti. Differenze o di mezzi o di fini. L’uno fondamentale per l’altro. L’uno necessario a spiegare il senso dell’altro.

E se non tutti possono essere d’accordo su a quale tra i due spetti la priorità, di certo ad oggi tutti abbiamo perso di vista i fini e abbiamo svuotato di significato i mezzi.

Ciò che è vivo e ciò che è morto nella politica di Grillo

grillo

#UnaPrimaRiflessione rispetto a #CosaèVivo e #CosaèMorto nella politica di Grillo.

A poche settimane dalle Europee sarebbe un inizio capire perché l’unica espressione italiana politicamente non allineata con quelle tre cose che simpaticamente possiamo chiamare GAP, ovvero Globalization, Austerity, Politically correct,  sia quella di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle.

Perché a me Grillo non piace, ma qualcosa l’ha detta. Sulla questione della Crimea, di fronte ad un esterrefatto Enrico Mentana, Grillo ha detto quello che pensano tutti quelli che pensano: ovvero che in uno Stato dove c’è un referendum con quelle percentuali di partecipazione e di voto favorevole, alla presenza di ispettori ONU, cosa c’è di sbagliato?

Questa semplice dichiarazione, politicamente scorretta (perché contraria alla linea condotta dal bombardamento mediatico) e contro l’idea di unipolarismo geopolitico alla quale ci hanno abituati dopo il 2001, avrebbe fatto implodere qualsiasi formazione partitica. Perfino all’interno della sinistra radicale trattare argomenti di questo genere è tabù. Tant’è vero che se da una parte Grillo porta avanti argomenti in vista delle Europee in casa Tsipras si fanno spot elettorali idioti nei quali non c’è la minima ombra di presa di posizione sui grandi temi internazionali.

Ma allora cos’è vivo nella politica di Grillo? Il modo di affrontare certi argomenti, sicuramente, agevolato dal fatto che può permettersi un profilo alto dal momento in cui non solo rappresenta, ma detiene il monopolio della rappresentanza del suo partito. Ed è proprio questo ciò che certamente è morto del suo modo di fare politica. L’assenza di scuole di partito e l’idea che la politica non necessiti di studio, di competizione, di dialettica interna. Sono tutte cose che non daranno mai la possibilità ad un partito come il Movimento 5 Stelle di strutturarsi come classe dirigente organica decisa ad assumersi le responsabilità politiche di uno Stato ed anche di un modo alternativo di pensare e progettare il mondo.

 

Perché Tsipras fallirà

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Tra due mesi la tornata elettorale rappresentata dalle Europee ci indicherà fino a che punto le politiche di austerity hanno inciso sul buonumore dell’italiano medio in salsa Shulze e BCE.

Sto seguendo, per una qualche morbosa curiosità innata, le vicende legate alla lista “Un’altra Europa Tsipras”, il cui fallimento, diserzioni a parte, è ampiamente prevedibile. Attorno alla figura di Tsipras, segretario di Syriza in Grecia, si è costituito questo cartello elettorale che recupera adesioni da un improbabile mondo spontaneista, ripescato dalla soffitta della storia dopo l’utima comparsata chiamata Genova 2001, dall’ufficiale adesione di SEL e Rifondazione Comunista e da qualche altro esponente di quelle rivendicazioni “da comitato” che negli ultimi anni hanno ammorbato l’aria della politica qui a sinistra.
La debacle è prossima non solo per l’arroganza dimostrata da una certa sinistra movimentista italiana nel perseverare in una formula palesemente stupida. Riunire in un’accozzaglia quelle micro-battaglie che vanno da quel mostro ideologico chiamato “Bene Comune” ai movimenti No Tav ai comitati contro le mafie fino ad arrivare a quelli legati ai diritti civili, esclusivamente per cercare di raccogliere quanto più velocemente possibile un paniere di voti che pesi più del 4% è qualcosa che rievoca il nome di Sinistra l’Arcobaleno: un’aberrazione politica.

Ad oggi i sondaggi danno questa forza politica al di sopra della soglia di sbarramento, ma se la storia ci ha insegnato qualcosa beh, possiamo stare certi che nel gruppo GUE (Sinistra Unitaria Europea) quest’anno non ci saranno europarlamentari italiani.

Fumi radioattivi

nucleare

Qualche impressione dopo alcuni giorni parecchio movimentati. Dopo una festa per i 150 anni dell’unità d’Italia passata in sordina, l’attenzione civile e mediatica si condensa sulla centrale nucleare di Fukushima, della quale non so voi, io ho capito ben poco riguardo la reale situazione.

Una cosa però è certa, ovvero che dopo molto tempo, la questione del nucleare è tornata alla ribalta in tutto il mondo e nel nostro Paese in particolare, e che il fantasma di Cernobyl ha iniziato ad aleggiare tra di noi, scatenando gli attacchi e le rappresaglie di fazioni politiche più o meno chiare, l’indignazione di gente virtuale che fa politica su facebook e il solito tam-tam di richieste di referendum, raccolte firme e simili, di cui fin da subito siamo stati bombardati.

Che i referendum questo Governo non li veda nemmeno, non ci vuole un politologo per dirlo.

Peccato che il problema, da una parte e dall’altra, non si pone. Se è vero che la questione del nucleare è sempre stata una chimera di questo governo, è anche altrettanto vero che non c’è l’intenzione politica di fare seriamente qualcosa. Per costruire una centrale ci vorrebbero anni, una perdita di consenso enorme, grandi investimenti e per far partire il progetto ogni regione dovrebbe dare il proprio consenso eccetera eccetera eccetera. Il fatto che in Italia centrali nucleari non ne vedremo mai, né con Berlusconi, né con chicchessia, dovremmo darlo tutti per scontato, ma è proprio qui che sorge il problema. Di nuovo, e mi dispiace dirlo, ci siamo gettati dentro il solito polverone alzato a tutto favore dei soliti noti.

Migrazioni

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Di migrazioni è piena la storia dell’uomo, come ci ricordano in continuazione mediocri programmi perbenisti sulle TV di Stato, quando il problema torna ad essere mediaticamente attuale. Che poi, che sia in continuazione attuale è anche inutile dirlo, considerando che la globalizzazione per sua stessa natura tende e tenderà sempre più in futuro a rendere anacronistiche le frontiere nazionali e i tentativi di regolare i flussi. Che questo sia un bene o un male, starà alla storia deciderlo.

Per il momento rimaniamo per un istante sui cento immigrati al giorno che giungono a Lampedusa dalla Libia che, nonostante fosse stata data in mano ai ribelli da mezzo mondo e in particolare da alcune (obiettivamente) faziose testate nostrane, è ancora sotto il controllo di Gheddafi, che ci piaccia o meno.

Ma tornando a noi, se da una parte del panorama politico l’arrivo di stranieri viene vista come l’undicesima piaga d’Egitto, e restando sul biblico oserei dire che potrebbe apparire la giusta punizione divina per aver stretto patti con il diavolo (in questo caso Gheddafi e simili), dall’altra parte dell’arena ci si lancia in crociate per la difesa di queste anime a prescindere dalla programmazione minima di un loro inserimento nella società.

Entrambe le posizioni sembrerebbero esclusivamente di facciata e fuori dal mondo reale. Con un minimo di intelligenza ognuno potrebbe arrivare a capire che senza politiche sociali rivolte all’integrazione, l’immigrazione è normale che diventi fonti di grossi problemi, mentre se ben gestita porterebbe ricchezza a questo agglomerato di culture che passa sotto il nome di Italia.

L’altro ieri, in occasione della giornata nazionale contro il razzismo, ho assistito ad un corteo a Torino organizzato da una parte non meglio identificata dei sindacati di base e sopratutto dall’area antagonista della città. Poteva benissimo sembrare a prima vista l’uscita dallo stadio di un gruppo organizzato di ultras, tra bandiere e fumogeni accompagnate dal solito pittoresco furgoncino. Impatto sulla gente ovviamente nullo, mentre lo spiegamento massiccio delle forze dell’ordine mostrava l’inesorabile e triste rapporto numerico pari tra caschi blu e manifestanti.

E così la nostra politica anche su questo argomento mostra un quadro desolante, con una bagarre di annunci e slogan da bassa pubblicità spicciola, e nessuna reale prospettiva di soluzione.

Sarà un disastro.

Cenni sul significato di Rivoluzione

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Considerando i giorni che stiamo vivendo, non credo sia certo un male cercare di fare un po’ di chiarezza riguardo un termine che, essendo carico di significato e storia, è spesso oggetto a storpiature, abusi e utilizzi fuorvianti rispetto a ciò che vuole indicare, anche in base a ciò che con il tempo ha finito per indicare. Come da titolo, stò parlando di “Rivoluzione”.

Non che sia un feticista della parola, però anche al livello concettuale questa parola è pesante, e quando tra i tanti attributi che gli possiamo affibbiare (industriale, culturale, planetaria) andiamo a scegliere quello di “politica”, diventa qualcosa di cui la definizione sul dizionario ci soddisferà solo in parte, lasciando invece tutto il carico emotivo e storico alla cultura personale. Ecco, proprio per questo cerchiamo di capire perché ciò che stà accadendo in Nord Africa non può definirsi una Rivoluzione Politica.

Come abbiamo già sottolineato negli articoli precedenti, ai vecchi Raìs si sono sostituiti in Tunisia ed Egitto dei governi militari, che di fatto non cambiano l’ordine sociale dello Stato. Parliamo infatti di rivoluzione come «il tentativo accompagnato dall’uso della violenza di rovesciare le autorità politiche esistenti e di sostituirle al fine di effettuare profondi mutamenti nei rapporti politici, nell’ordinamento giuridico-costituzionale e nella sfera socio-economica» (Pasquino 1990, p.997).  Alla luce di quanto detto, gli esempi iniziali non possono essere considerati propriamente delle rivoluzioni.

Per essere corretti però, vorrei far notare due momenti delle rivolte nei Paesi sopraccitati, uno iniziale nel quale la popolazione civile e le forze di opposizione manifestano contro lo Stato e i suoi esponenti, e un secondo momento in cui una parte dello Stato stesso, attraverso un meccanismo di autodifesa, si libera del suo esponente principale, dando così un pezzo di carne al popolo, riacquisendo il potere attraverso un golpe militare, in un meccanismo che in realtà mette in evidenza le poca forza o l’eccessiva frammentazione delle richieste popolari.

Il momento di rivolta, quello sotto le luci dei riflettori per intenderci, io lo vedrei come un movimento nazionalista lì dove si intendo (in una dilatazione del termine “rivoluzione”) «un trasferimento forzoso del potere statale, nel corso del quale almeno due blocchi distinti di contendenti hanno pretese incompatibili di controllare lo Stato» (Tilly 1993, p.16). Le rivendicazioni popolari, sebbene filtrate dai media occidentali, io credo non avessero aspirazioni di sovvertimento dell’ordine socio-economico, sebbene una larga fetta dell’opinione pubblica continui a crederlo. Le richieste vertono quasi esclusivamente attorno a rivendicazioni di tipo sindicale e salariale, praticamente una risposta scontata alla globalizzazione che mette in ginocchio i paesi di questo tipo, con un piede in Europa e l’altro nel Terzo Mondo.

Secondo una personale interpretazione questo cambiamento ha avuto luogo nel punto di rottura tra le vecchie culture di questi Stati, basate su economie arretrate e ben rappresentate da un Governo fortemente centralizzato e il mondo rappresentato dal modello capitalistico occidentale, al quale gli stessi leader che oggi vengono sostituiti, hanno aderito, dando così il via a questo processo irreversibile.

Purtroppo una svista di questo genere, per chi si occupa di politica, potrebbe creare degli importanti fraintendimenti, sopratutto se si legge in chiave addirittura comunista un evento che invece stà conducendo in tutt’altra direzione e che appartiene con estrema evidenza alla macchina del capitale. Non temete moderati, nessun pericolo all’orizzonte.

Serve una testa che cada

testa

Oramai, com’era prevedibile, l’attenzione del mondo è completamente rivolta verso la Libia e verso quelle che sembrerebbero essere le ultime ore di Gheddafi, dipinto in questi giorni come Hitler ne “La Caduta”.

E proprio per questa ragione che non posso far a meno di non pensare all’Egitto e alle pochissime notizie dedicategli nelle ultime ore, che parlano principalmente del completo ritorno alla normalità e alla riapertura di tutte le attività turistiche. Facendo un passo indietro, solo per un istante, mi sono chiesto dove diavolo sia finito Mubarak in tutto questo: mi sono accorto di essere l’unico ad essermi fatto questa domanda in tutto il web, perché di risposta in tal senso non se ne trova neanche l’ombra. Il che, considerando che si tratta dell’uomo che fino a dieci giorni fa era stato il leader più longevo del paese più progredito dell’Africa, porta ad una certa riflessione. Se volessimo seguire con reale interesse scientifico i fatti di questi giorni, sarebbe bene non perdersi certi pezzi per strada.

Il fronte tunisino d’altra parte non ci aiuta molto, anzi. E’ notizia recente che Ben Alì parrebbe essere morto, questa volta per davvero. Anche lui non ha fatto una buona fine in tutto ciò, e non solo le telecamere si sono spente sul suo immediato futuro dopo le dimissioni, ma anche lui, come il suo collega egiziano, è stato sostituito da una dittatura militare, che ha potuto così liberamente reprimere i manifestanti.

Non posso far a meno di pensare che il prossimo a cui toccherà l’amara sorte di scomparire prima dalle pagine dei nostri giornali e poi dalla faccia della terra, come un moderno desaparecidos, sarà il Colonnello libico, non che possa considerarsi una perdita moralmente eccellente, ma si tratta pur sempre di un uomo, o perlomeno di storia.

In guerra la verità è la prima vittima

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Oggi ho provato a seguire il regolare aggiornamento online delle notizie su diversi organi di stampa italiani riguardo la questione libica, che ha spazzato in pochi giorni dalla scena mediatica quella egiziana. Se da una parte l’Egitto di Mubarak rappresenta agli occhi dell’occidente un Paese certamente ben più progressista rispetto ad ogni altro del Nord Africa e del Medio Oriente arabo, di certo la Libia di Gheddafi, con la sola eccezione dell’Iran, è uno degli Stati meno graditi agli Stati Uniti e alla Nato.

Seguendo la CNN possiamo subito notare che le informazioni che abbiamo sullo svolgimento delle manifestazioni sono estremamente frammentarie e poco affidabili, e se perfino l’emittente degli States oggi continua a dosare con il contagocce le cifre di guerra, in casa nostra i media non sono altrettanto delicati. La macelleria di cifre senza la minima fonte che oggi sono stato in grado di raccogliere dalle più diverse testate giornalistiche è impressionante.

Ovviamente la questione libica è ancor più sentita in Italia dal momento che la vicinanza dell’attuale governo con quello del Gheddafi è stato oggetto in passato di critiche da parte dell’opinione pubblica dello stivale e di quelle delle diplomazie occidentali ben più di quanto lo fosse stata quella con il governo di Mubarak.  Il legame che lega il leader libico con quello italiano, in questa particolare congiuntura politica, non può che diventare un elemento di pressione interna. Il volto di Berlusconi oggi si rispecchia inevitabilmente in quello del Colonnello e ciò porta i vari media italiani a polarizzarsi su posizioni che però sono fuori luogo, e che portano soltanto il lettore medio a non capire assolutamente niente su ciò che accade a poche centinaia di chilometri dalle coste del proprio Paese.

Oggi in Italia è passata l’idea che la Libia sia praticamente ad un passo dal cacciare il proprio dittatore attraverso un processo del tutto simile a quello avvenuto in Egitto (alla cui guida fino a prova contraria c’è un manipolo di Generali), ma la realtà è ben diversa. Oggi infatti passa in sordina una notizia cruciale: il golpe militare sembra essere, secondo Al Jazera, imminente se non già in atto.

Quest’ipotesi, decisamente poco vendibile come positiva all’opinione pubblica occidentale, sembra essere la più vicina alla realtà, considerando che in uno Stato ben più solido come quello egiziano, questa soluzione sia stata più la più efficace. Rischiamo dunque ora di ritrovare dall’altra parte del Mediterraneo degli Stati che virano verso una soluzione di dittature militari a tempo indefinito, che con tutta probabilità ritireranno le proprie aperture verso i manifestanti una volta che l’attenzione mediatica si sarà allentata.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere seriamente sugli equilibri e sulle dinamiche interne di un mondo che abbiamo dimostrato ancora una volta di fraintendere e di ritenere a torto sovrapponibile ai nostri modelli di civiltà.

Reazioni sui fatti dell’Egitto

Leggendo diverse fonti riguardanti l’eccezionale rivoluzione politica che stà avendo luogo in Egitto e dintorni, non ho potuto far a meno di notare che la stampa occidentale (quella italiana in particolare) abbia non poche difficoltà nel tentativo, sempre se sia stato fatto, di spiegarci effettivamente i fatti che riguardano queste vicende.

L’imbarazzo palese dei politici, che non sanno se tendere per dei regimi autoritari secolari o un movimento popolare che divampa pericolosamente in zone politicamente ed economicamente delicatissime del pianeta, sembra che per certi versi non abbia contaminato invece la società civile occidentale, che vede in piazza Tahrir dei cittadini che combattono per i propri diritti civili, per l’instaurazione di democrazie simili alle loro.

Se da un certo punto di vista le piazze e le masse rimandino all’immaginario di una certa sinistra quasi mitica, sarebbe bene non dimenticare che queste manifestazioni popolari non hanno niente di socialista nel senso in cui noi lo intendiamo. Le logiche di destra e sinistra si perdono in quegli orizzonti così differenti, e questi nostri strumenti politici occidentali diventano obsoleti e inutili per cercare di interpretare gli accadimenti in maniera oggettiva.

E così, come spesso accade, ognuno inizia a costruirsi una propria visione delle cose, entrando in simbiosi con delle lotte che si credono del tutto simili alle proprie, solo perché le immagini mostrano giovani che, del tutto similmente a quanto è accaduto fino a qualche tempo fà nel nostro Paese, si scontrano anche fisicamente contro il potere costituito e comunque contro un sistema-stato ormai inadeguato a rispondere alle proprie necessità.

Detto ciò, invito ognuno a farsi, lucidamente, una propria ricerca e cultura riguardo le organizzazioni politiche, le motivazioni sociali e le situazioni economiche degli Stati Nord Africani e Medio Orientali, possibilmente riflettendo e liberandosi dei paramentri di giudizio politico ai quali si è abituati, che difficilmente troverebbero riscontri immediati.

Ad esempio potrei proporre come punto di inizio questo articolo “ Chi ha paura dei Fratelli musulmani” a cui consiglierei di affiancare una ricerca sulla storia dei Fratelli Musulmani, che sono uno dei più controversi oggetti d’argomento in questo campo, e che sono protagonisti principali in questi giorni al Cairo.

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